Frontex: “Siamo troppo piccoli e senza soldi, non possiamo sostituire Mare Nostrum” / Immigrazione

Ewa Moncure, portavoce dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere (Frontex) interviene ad un convegno di Amnesty International e chiarisce che Triton non vuole e non può sostituire Mare Nostrum. I pochi mezzi di Frontex si spingeranno nelle acque internazionali, con il rischio di arrivare troppo tardi, solo se obbligati dal diritto internazionale di mare: il salvataggio delle vite umane non è tra le priorità dell’Agenzia europea. Le preoccupazioni di Amnesty

Un’Agenzia “poco umana” e con pochi soldi. Da dove nasce il coinvolgimento di Frontex, che la stessa portavoce definisce “un’agenzia poco umana”? Spiega: “L’Italia ci ha chiesto aiuto per organizzare l’operazione, noi non abbiamo mezzi e poliziotti, ma abbiamo chiesto agli altri Stati di inviarli. Siamo riusciti a recuperare tre navi grandi e quattro piccole, due aerei, un elicottero e alcuni esperti”. Per altro, precisa, sia per i mezzi che per il personale, ci sarà un ricambio quasi mensile, con conseguenti problemi sull’efficienza. Continua Ewa Moncure: “Rispetto a Mare Nostrum, Triton è molto piccola, ma per le nostre risorse è grandissima, non siamo un’agenzia grande”. Se l’operazione italiana costava 9 milioni al mese (circa 700 euro per ogni persona salvata), quella europea ne costa meno di 3, a fronte di un budget totale annuo di Frontex di 90 milioni, più 5 milioni stanziati come extra dall’Ue proprio per questa missione.

Triton non sostituisce Mare Nostrum. Non è una differenza solo di soldi, ma anche di mandato dell’Agenzia stessa. Continua Moncure: “Siamo presenti in Italia dal 2006, ma noi come Frontex possiamo organizzare solo operazioni di controllo delle frontiere, anche in mare, questo è il nostro ruolo. Non esiste un’agenzia europea per il salvataggio in mare, è una responsabilità delle singole nazioni”. È chiaro quindi che Triton non si spingerà nella zona del Mediterraneo dove si muore maggiormente: “Non sostituisce i mezzi italiani, non possiamo fare un’operazione come Mare Nostrum nelle acque internazionali; per farlo, occorrerebbe cambiare le regole Ue”.

Tra obblighi di salvataggio in mare e “piani operativi”. Infine, la portavoce precisa che questo non vuol dire che i mezzi di Frontex non possano partecipare ad operazioni di salvataggio: “La nostra zona operativa sono le acque italiane, ma, se chiamati dalla Guardia costiera di Roma, siamo obbligati ad intervenire anche in zone internazionali, in base al diritto del mare”. Nel mese di novembre, infatti, le navi europee sono state coinvolte nel recupero di oltre 3mila persone. Il problema  –  precisano da Amnesty  –  è che in condizioni di mare mosso, potrebbero essere necessarie anche 9-10 ore per raggiungere le acque dove abitualmente calano a picco le barche, un tempo eccessivo per chi, stremato, dovrebbe sopravvivere magari aggrappato a una tanica galleggiante o all’asse di una carretta del mare. Ma salvare vite umane non è tra “i compiti” dell’agenzia europea. O meglio, “non sono coerenti con il piano operativo”, come ha recentemente scritto al Viminale il direttore di Frontex, Klaus Rosler, lamentandosi proprio per le troppe richieste di partecipare a interventi “fuori area”, ovvero oltre le 30 miglia delle acque europee.

La richiesta di Amnesty. Proprio le dichiarazioni di Ewa Moncure confermano le preoccupazioni di Amnesty, che ribadisce la richiesta al Governo italiano di rivedere la decisione di cancellare Mare Nostrum: “Da sempre sollecitiamo l’Europa a non lasciare soli gli Stati, ma Triton non è assolutamente adeguata a sostituirla. Dopo il calo fisiologico delle partenze nei mesi invernali, prepariamoci a nuove morti”. Aggiunge Matteo de Bellis, del Segretariato internazionale dell’associazione: “I requisiti fondamentali per noi sono tre: mezzi sufficienti, dislocati in alto mare (non solo entro le 30 miglia), salvare vite umane come obiettivo primario. Triton non ne ha neanche uno”.

Altro che “fattore di attrazione”. Infine, da Amnesty arriva una risposta all’accusa rivolta a Mare Nostrum di essere un pull factor, un fattore di attrazione, per chi attraversa il Mediterraneo: “È una tesi infondata, al di là di ogni ragionevolezza: lo dimostra il fatto che i migranti, ben prima di salire in nave, accettano di attraversare il deserto, dove incontrano sulla strada i cadaveri dei compagni che, prima di loro, non ce l’hanno fatta”. Ne sono consapevoli, eppure partono comunque: “Si ragioni piuttosto – dice de Bellis – sui push factors, i fattori di spinta, come la guerra in Siria, verso cui c’è invece totale rassegnazione. E in ogni caso, l’unico vero modo per evitare i viaggi in mare e contrastare sul serio i trafficanti di uomini, sarebbe la creazione di canali legali per entrare in Europa. Oggi, anche per chi scappa dalla guerra, è possibile farlo solo rischiando la vita su un barcone”.

Link: http://m.repubblica.it/mobile/r/sezioni/solidarieta/immigrazione/2014/12/19/news/frontex_la_portavoce_di_frontex_siamo_troppo_piccoli_e_senza_soldi_non_possiamo_sostituire_mare_nostrum-103335738/

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