“Los indocumentados” che tentano di varcare la frontiera per raggiungere il “sogno americano” / R.it

Un convegno promosso dall’Onlus Soleterre per raccontafre le storie delle 400mila persone che ogni anno lasciano i paesi centroamericani per passare illegalmente la frontiera con gli Usa.  Per i narcotrafficanti, il corridoio messicano dei migranti è la terza fonte di reddito, dopo il traffico di armi e droga

di STEFANO PASTA

MILANO – “Ricordo un ragazzo di 18 anni dell’Honduras, sequestrato dagli Zetas, i narcotrafficanti che controllano varie zone del Messico. Aveva accettato di non opporsi alla violenza dei carcerieri, a patto che non toccassero il fratello minore. Quando invece stuprarono anche il più piccolo, tentò di portarlo via e di scappare, ma finirono abbandonati in una strada con il cranio aperto da un machete”. Così Leticia Gutierrez Valderrama del Movimento Scalabriniano racconta la fine di alcuni migranti “in cammino”, cioè che inseguivano el sueño americano. Sul calvario dei migranti latinoamericani in viaggio verso gli Usa, il reportage su Mondo Solidale del settembre scorso.

Le storie di 400 mila persone. Assieme ad altri difensori dei diritti umani in Centro America, Leticia in questi giorni è in Italia e interverrà anche alla sottocommissione Diritti umani del Parlamento europeo. A Milano ha partecipato ad un convegno promosso dall’Onlus Soleterre e ha raccontato le storie delle 400mila persone che ogni anno lasciano i paesi centroamericani per passare illegalmente la frontiera con gli Usa. Sono indocumentados, senza documenti, che viaggiano da un fiume a un altro, dal Rio Suchiate nel sud al Rio Bravo nel nord, passando per le sabbie del deserto di Sonora e i bordelli della tratta attorno a Tapachula. Appollaiati sui vagoni della Bestia, come chiamano i treni merci, attraversano sentieri lastricati di rapine, omicidi e stupri. Secondo l’associazione Sin Fronteras, il 60% delle donne migranti ha subito violenza sessuale.

Criminali e polizia collusi. Di fronte alla connivenza della polizia con la criminalità organizzata, gli unici alleati sono i difensori dei diritti umani: associazioni e singoli, avvocati, giornalisti e religiosi che quotidianamente lavorano tra difficoltà e minacce. Come il francescano Fray Tomas Castillo, direttore della Casa rifugio La72 di Tobasco, uno degli ostelli che si trovano lungo la ruta dei migranti. Si è meritato il soprannome di Frate Tempesta quando si è piazzato di fronte a un treno per difendere un gruppo di migranti taglieggiati per l’ennesima volta. Megafono in mano, non si è mosso finché non ha ottenuto che il treno si fermasse. “Nel rifugio – racconta – accogliamo vittime di agguati, di stupri, donne e uomini mutilati dal treno o dagli Zetas. Ci capita poi di incontrare genitori disperati arrivati da altri Stati. Cercano i figli partiti anni prima, senza che abbiano più dato notizie”.

Le denunce di Frate Tempesta.
 Attaccano cartelli con le foto sui muri scalcinati, visitano le fosse comuni con le croci di ignoti, o fanno scivolare dei cestini con le candele sulle acque dei fiumi che potrebbero aver accolto i corpi dei figli. Frate Tempesta passa molto del suo tempo a denunciare il traffico di esseri umani e la responsabilità dello Stato: “Qui la polizia federale è l’organo che colpisce di più i migranti”. Per le sue prese di posizione, l’Istituto Nazionale per l’Immigrazione del Tabasco e del Chiapas lo ha denunciato più volte e recentemente alcuni individui si sono avvicinati agli ospiti del rifugio, dicendo loro: “Dite al prete che vogliamo la sua testa”. In compenso, Amnesty International ha lanciato un appello internazionale per la sua difesa.

In otto anni 128 attentati. In poco più di otto anni, sono stati 128 gli attentati ufficialmente riconosciuti ai difensori dei diritti umani. Spiega Valentina Valfrè di Soleterre: “Danno fastidio perché agiscono contro un giro di affari elevato. Per i narcotrafficanti, il corridoio messicano dei migranti è la terza fonte di reddito, dopo il traffico di armi e droga”. Si tratta di 20mila sequestri l’anno, per far telefonare ai parenti in patria o negli Usa chiedendo un riscatto tra i 1.500 e i 5.000 dollari. È un giro di affari che arriva a 50 milioni di dollari all’anno. Le vittime (anche minori) sono persone come Irma, partita dal Nicaragua con il sogno di pagare un’operazione medica al padre e di non far mancare alle sue sorelle quello che era mancato a lei. Della sua prigionia ricorda gli abusi sessuali e “un macellaio” che squartava i migranti per cui le famiglie non pagavano il riscatto: “Puzzava di benzina, perché li mettono nei barili e li bruciano”.

Link: http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/02/28/news/pasta-79890199/?ref=search

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