Una vita di frontiera – A Lampedusa dopo più di un mese dal naufragio del 3 ottobre / Progetto Melting Pot Europa

di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

Una vita di frontiera – A Lampedusa dopo più di un mese dal naufragio del 3 ottobre

La vita sospesa degli abitanti, l’attesa dei migranti. Un’isola trasformata in caserma

Ad un mese e mezzo dalla drammatica notte del 3 ottobre scorso siamo tornati a Lampedusa per raccontare la realtà dell’ultimo lembo di terra a Sud dell’Europa proprio quando sull’isola si sono spenti i riflettori dei media e la vita torna ad essere quella di sempre, alle prese con doppi turni nelle scuole, senza un ospedale dove poter partorire, con la benzina più cara d’Europa, sospesa nell’incertezza di chi vive una vita il cui destino è deciso altrove.

Sull’aereo che parte da Palermo c’è con noi Giusi Nicolini, il Sindaco che ha portato la voce degli isolani fino Bruxelless. Gli altri passeggeri sono in gran parte volontari che una volta usciti dall’aeroporto andranno a gonfiare le fila di grandi e piccole associazioni che hanno costruito progetti sull’isola.
Noi alloggiamo davanti ad un’immensa struttura blu che si trova all’interno dello scalo aereo: è l’hangar in cui per molti, troppi giorni, sono state custodite le bare delle vittime del naufragio. Da lì iniziamo a muoverci verso il porto. Quando si apre di fronte a noi il vento inizia a soffiare forte. Il mare è molto mosso e rende impossibile imbarcarsi, così, per il momento, gli arrivi si sono diradati facendo calare il sipario sullo spettacolo del confine. L’impressione però è che questa sia solo una tregua concessa all’isola, in attesa che riprenda lo scontro tra le spinte di chi fugge dalla miserie e la potente macchina che vorrebbe ingabbiarle: un copione divenuto ormai la quotidianità di Lampedusa.

Ci avviciniamo al molo dove erano allineati i corpi restituiti dal mare lo scorso 3 ottobre. Ora è vuoto. Le onde sono altissime e lo sovrastano. Quando si ritirano, dopo essersi infrante sul cemento della banchina, sembrano volersi portare via i segni della tragica notte in cui hanno inghiottito tutte quelle vite umane. Anche la politica, come il mare, è capace di cancellare in un istante le tracce delle sue brutalità, ma non fa altrettanto l’isola. A fatica ricomincia la routine quotidiana. Le attività commerciali vanno via via chiudendo, l’estate è lontana ed il vento di tramontana anticipa l’inverno. Il ricordo di quei tragici giorni non è però sbiadito. Piuttosto Lampedusa sembra aver ammortizzato il colpo come solo chi ne ha incassati tanti nella sua storia riesce a fare. Uno dopo l’altro, almeno tanti quante sono le carrette accatastate al cimitero delle barche che ormai non riesce più a contenerle.

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Gli abitanti popolano le strade per qualche ora al giorno. La presenza più massiccia è invece quella militare. Ad ogni angolo ci sono mezzi della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, uomini dell’Aeronautica, della Marina, dell’Esercito e della Croce Rossa. Non manca nessuno. L’occupazione di Lampedusa non è però ostentata. Sembra piuttosto di vivere all’interno di un’enorme caserma. Un grande carrozzone che ruota intorno al presidio del confine e che a queste latitudini non fa più clamore. Una normalità che non riesce però a far vivere una vita più tranquilla agli abitanti.

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